Fabio Mora

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Il Tempo Indeterminato Non è (Solo) La Fine.

C’è chi pensa che oggi in Italia la massima aspirazione sia un contratto di lavoro a tempo indeterminato. E se ci arrivi, hai vinto tutto.

Onestamente, io non ci vedo un nesso causale così forte. Non voglio dire che sia una cosa cattiva, per carità. Ma non è una condizione necessaria e sufficiente per giustificare la sofferenza nel proseguire per forza, senza farsi domande. Smettendo di cambiare e di imparare solo perché lo vuole qualcun altro. In Italia poi, dove l’attribuzione di significato corrisponde alla fine di un impegno, piuttosto che all’inizio di qualcosa.

Se ti assumono così non significa che puoi smettere di imparare. E neanche che puoi ritenere di esserti “sistemato”. Non è importante solo sventolare che «sì che oggi è tutto così difficile, ma che alla fine ce l’ho fatta ed il mondo non poi va così male». O per lo meno il tuo mondo non va così male. Non tirare a campare segando qui e là dieci minuti al giorno che ti fa onore, e sopratutto che ti rende felice. Non è schivare i problemi difficili «che quello più giovane deve meritarsela (io sono qui da tredici anni, altro che!)». Tanto hai l’indeterminato, tanto «sono le 17.30 e non funziona niente, ma tanto non vengono a predere me».

Devi anche fare bene ogni tanto. Vale soprattutto per quelli prossimi alla pensione, che si fanno abito con la stoffa dell’esperienza. Via gli alibi! Certo, non faccio dell’erba un fascio: nella realtà magari non ti comporti o la pensi così. Magari ti impegni a fare bene. Ecco che perché arriviamo all’altra parte della barricata.

Se sei giovane devi stare attento all’Italia in cui ti muovi ed allo scarso senso di responsabilità e meritocrazia che può capitarti di trovare nell’imprenditore medio. La garanzia del tempo indeterminato o dell’apprendistato è in realtà quasi sempre per l’azienda. Si perchè da «vienici incontro, così ci fai pagare meno tasse» al peggio il passo è brevissimo. E finisce nell’eterna gavetta, la situazione di attesa dorata dalla gabbia più confortevole che ci sia. É una gabbia fatta per tarpare le ali a coloro che sono ambiziosi e che vorrebbero provare a creare prospettive sostenibili, di crescita personale, professionale o – visto che magari ancora qualcuno ci crede – del proprio paese. Ma per farlo serve ritagliarsi degli spazi, limitarne degli altri e magari buttare via cose che non funzionano più. Un gran fastidio insomma. Che poi suona sempre come un regalo: «Ora sei tranquillo, hai fatto la tua carriera. Perché scalpitare? Sei già fortunato rispetto a quelli della tua età!».

È la parte dell’Italia peggiore, che scambia il valore con il dolore, la fatica. La sufficienza e superficialità con la ripetizione indiscutibile di pratiche ormai antiche. L’esperienza come sinonimo di competenza.

E che si ferma al proprio interesse. Senza mai decidere, vivendo di assunzioni granitiche, di assenza di intraprendenza, di vergogna e tabù del fallimento. Salendo in grado gerarchico fino al proprio livello di incompetenza.

Ma questo non è un alibi. Non accettate la cultura degli alibi! Voi siete parte del problema (anche solo un pochino, ma ne siete parte!) ed avete la possibilità di provare a risolverlo. La responsabilità si traduce nel fare del vostro meglio, nell’impegnarvi a dare il massimo. Che è una cosa che, indipendentemente dal risultato a cui porta, nessuno potrà mai togliervi.

Scommettete, scappate, scartate l’ipocrisia, le promesse della gerarchia, le raccomandazioni e le pacche sulle spalle. Sono convinto che oggi sia ancora il momento buono per dismettere l’orgoglio e pensare oltre a quello che è stato il successo miope delle gerarchie di ieri. É necessario pensare a noi, sì, ma anche alle prossime generazioni. Fate, innovate, fallite, imparate, ricominciate.

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